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Il viaggio di un eternauta
POLITICA
21 settembre 2016
Un NO alla Luisa e agli aspiranti Vladimir

Il Presidente del Consiglio pro-tempore va dicendo in giro che la riforma costituzionale non muta i poteri del Presidente del Consiglio.

Argomento formalmente inattaccabile, ma capzioso nella sostanza.

La tesi che qui si dimostra è che, nei fatti, il segretario del partito che vince le elezioni, diventando Presidente del Consiglio, con la nuova Costituzione e il controllo della “nomina” dei parlamentari del suo partito, immutata o peggiorata dall’attuale legge elettorale, è in grado di instaurare una repubblica autocratica, modello putinian-orbanian-kakzynskiano, senza contrappesi democratici.

Mi baso sul testo normativo, ma senza entrare in fini disquisizioni giuridiche, fissando l’attenzione di tutti sulle domande che veramente importano:

a)       Chi decide cosa?

b)      Chi sceglie chi decide cosa?

 

Primo punto.

La nuova costituzione è stata contrabbandata in grado di superare le storture della decretazione d’urgenza e delle continue questioni di fiducia con il maquillage dell’art. 77 che, fondamentalmente, impedisce la reiterazione dei decreti-legge decaduti nonchè inserimenti disomogenei alla materia del testo originale.

Peccato che all’art.72 comma 7 compaia il nuovo istituto del cosiddetto “voto a data certa” ovvero la possibilità da parte del Governo di obbligare il Parlamento a votare le sue leggi entro un periodo prefissato.

Cosa cambia?

Semplice. I decreti-legge a una certa data scadono e costringono i Governi a porre la fiducia, fare maxi-emendamenti, ascoltare le inutili reprimende periodiche della Presidenza della Repubblica, contingentare i tempi, usare gli emendamenti-canguro: insomma nella migliore delle ipotesi un danno di immagine, nella mediana la necessità di venire a patti con le opposizioni interne ed esterne alla maggioranza, nella peggiore abbandonare il provvedimento.

Chi è attento, sa che tanti provvedimenti “urgenti” in approvazione guarda caso tra la metà di luglio e l’inizio di agosto in quanto particolarmente protervi in materia di giustizia, finanziamento dei partiti, lotta all’evasione ecc., una volta bloccati e rinviati a settembre sono poi stati abbandonati al risveglio post-vacanziero dell’opinione pubblica nazionale.

I disegni di legge con voto a data certa, invece, non scadono.

Non solo, ma nella versione originale in prima lettura della nuova costituzione, se il Parlamento non riusciva a rispettare la scadenza, doveva votare esattamente il testo del Governo, ovvero potenzialmente quello che esce, si fa per dire, dal Consiglio dei Ministri e che in realtà viene promulgato anche con giorni e giorni di ritardo dal Presidente della Repubblica, perché ulteriormente “lavorato” dallo staff della Presidenza del Consiglio senza che i Ministri l’abbiano potuto approvare nel suo testo definitivo.

La Sen. Finocchiaro ha detto recentemente in pubblico dibattito con il costituzionalista Zagrebelsky che il fatto di votare esattamente il testo del Governo è stato superato. Mica tanto. L’On. Boschi in Parlamento (28.12.14) parla di “limiti che saranno poi definiti dai Regolamenti, (…) per quanto riguarda eventuali valutazioni di complessità e omogeneità del procedimento, valorizzando (sic!) il lavoro parlamentare”.

Dunque, non è scritto ne’ nell’ultima versione della norma, ne’ è detto dal relatore della medesima che il testo che venisse votato alla fine per rispettare la data certa, non è quello originale (o accettato) dal Governo, ma quello che risultasse allo stato di approvazione degli emendamenti del Parlamento.

Lo deciderà il Regolamento. Ma chi decide il Regolamento ? La maggioranza parlamentare. Ovvero, con la legge elettorale attuale, il partito di maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati che ha vinto le elezioni. E gli eletti del partito di maggioranza assoluta sono tutti resi forti da una elezione diretta in collegi uninominali sufficientemente piccoli da permettere anche ai candidati non ufficiali dei partiti o agli outsider di avere qualche chance di battere candidati ufficiali palesemente impresentabili ? Nòne, direbbe Pippo Franco, absit iniuria verbis.

Si tratta di eletti nell’ambito di 100 megacollegi da almeno 400 mila elettori e fischia, all’interno dei quali vige la possibilità dei capibastone di presentarsi in 10 collegi diversi e così decidere per la quasi totalità chi sono gli eletti successivi, alla faccia della parvenza di preferenze comunque di liste brevi bloccate in collegi appunto così enormi da impedire agli outsider dentro o fuori dai partiti di avere la minima possibilità.

Dunque eletti solo tra gli oligarchi e i loro miracolati esattamente come è accaduto con la legge elettorale precedente non a caso ispirata all’avvenenza dell’On. Calderoli, da cui il nome “Porcellum”. Quindi, persone che devono tutto al Segretario di partito che li ha messi in lista e ai suoi accoliti più stretti e che, senza il pollice alzato del Segretario di partito-Imperator sono destinati a fare la fine dei gladiatori al Colosseo.

Pertanto, cosa potrà mai essere scritto in un Regolamento approvato dalla maggioranza di cotali eletti, devoti al Segretario di partito di maggioranza-Presidente del Consiglio, se non esattamente quello che era scritto nella prima versione della legge di riforma?

Facile: il Governo chiede alla Camera dei deputati di poter approvare a data certa un proprio provvedimento e, se il Parlamento degli oligarchi e miracolati non ce la fa, voterà il testo approvato (o accettato) dal Governo.

Insomma, abbiamo fatto il Gioco dell’Oca per tornare al punto di partenza.

 

Secondo punto.

Un Governo così rafforzato nella produzione legislativa dovrebbe trovare un ancor superiore contrappeso prima di tutto nella Corte costituzionale.

La Corte costituzionale rimane formata di 15 giudici, 5 nominati dalle supreme magistrature, 5 dal Presidente della Repubblica e, dalla riforma, 3 dal 60% almeno dei componenti della Camera e 2 dal 60% almeno dei componenti del Senato (dal quarto scrutinio).

Il Presidente della Repubblica, a sua volta, viene eletto con la riforma dal 60% dei votanti (e non più dei componenti) del Parlamento riunito in seduta comune (dal settimo scrutinio).

Qualche numero certo e qualche numero “realistico”.

Fino ad oggi il Presidente della Repubblica ha avuto un numero potenziale di 1000-1010 Grandi elettori, che si sono trasformati in votanti al minimo in 840-850. E comunque, per l’elezione era necessaria la maggioranza assoluta dei componenti, quindi oltre 500.

Dalla riforma, poiché i Grandi Elettori diventano 730, già se il 100% votasse avremmo un quorum di 438. Supponiamo che voti una media tra l’ipotetico massimo e il minimo storico, diciamo il 93% ovvero 407. La maggioranza di oligarchi e miracolati della Camera è 340. Risulta molto problematico pensare che il partito di maggioranza alla Camera non abbia almeno almeno il 50% dei 100 tra eletti/nominati dai Consigli regionali e dei solitamente governativi senatori a vita. E siamo, ipotesi minima, a 390.

In questo paese ovviamente non abbiamo mai visto pattuglie di verdiniani o simili che per una poltrona da Ministro, due da sottosegretario, tre da Presidente di Commissione, quattro da Assessore regionale, cinque da Presidente di Municipalizzata, elargiscono graziosamente il loro voto. No, non l’abbiamo mai visto.

Oltretutto si potrebbe votare sia a favore del Presidente deciso dalla maggioranza, sia astenersi; il che nel regolamento della Camera equivale a non votare. A seconda della convenienza, certo non della convinzione.

E così la maggioranza di Governo si mette potenzialmente in saccoccia al massimo in un paio di legislature 5 giudici costituzionali.

Un po’ più difficile mettere le mani sui 3 della Camera con 340 su 378 e i 2 del senato con 50 (?) su 100, ma non impossibile e, “realisticamente”, dai 2 ai 3 su 5 è difficile che non siano alla portata potenziale della maggioranza, sempre al massimo in un paio di legislature. Ma al minimo ?

Dunque, siamo partiti dal Segretario di partito e siamo finiti alla Corte Costituzionale.

 

Conclusioni.

Le argomentazioni non fini, ma “realistiche” portano a dare ampia concretezza alla tesi che il famoso “combinato disposto” della legge elettorale dei “nominati” e della riforma costituzionale che chiamerei Luisa, perché “inizia presto, finisce presto e di solito non pulisce il water” (…), aumenta la probabilità di trovarsi con un segretario di partito in grado non solo di farsi le leggi che si sogna da solo di notte, ma anche di scassare principi costituzionali odierni residui che attengono sia all’indipendenza del potere giudiziario sia alla libertà del potere dell’informazione.

Il quesito così palesemente tendenzioso della scheda “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni (..)” dovrebbe essere totalmente riformato “Volete voi correre il rischio di un segretario di partito che, vincendo le elezioni, si fa le leggi da solo e, nel tempo, potrebbe schiacciare l’indipendenza della magistratura e la libertà dell’informazione? (Sottotitolo come Putin, Orban, Kaczynsky?).

Ecco: io NO.

  

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