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Il viaggio di un eternauta
ECONOMIA
26 marzo 2020
Osservando la luce in fondo al tunnel

Lo scenario economico che abbiamo di fronte ci dice alcune cose:

a) non si tratta di una crisi finanziaria con la prolungata sfiducia reciproca dei grandi repository di capitale (banche, assicurazioni, fondi) che smettono di prestarsi denaro l’un l’altro, provocando l’anossia creditizia del sistema produttivo e il rischio di default degli enti pubblici più indebitati, sul modello 2008 post-Lehman Brothers o sul modello 2010-2012 post Grecia.

b)    si tratta invece di un formidabile shock di domanda che colpisce, in certi casi azzerando, i consumi che implicano spostamento e socialità delle persone; sicuramente trasporti, turismo, ristorazione, spettacolo, ma anche le modalità di approvvigionamento non vitali, quindi tutta la distribuzione non alimentare, farmaceutica, informazione, manutenzione/riparazione. La sua natura è pervasiva e tenderà ad essere più duratura anche quando le crisi sanitarie nei singoli Stati sembreranno prevalentemente alle spalle per evitare il contagio di ritorno.

c)  si tratta anche di uno shock dal lato dell’offerta con la impossibilità di produrre una parte consistente di beni e servizi, che peraltro non sarebbe stato possibile distribuire e quindi vendere al pubblico e la trasformazione di una parte dell’apparato produttivo verso il committente unico Stato, esattamente come in una economia di guerra.

L’impossibilità di fatturare e, quindi, incassare in presenza di flussi in uscita per fornitori, personale, banche, imposte porterebbe velocemente alla chiusura delle attività, anche in assenza di fallimento.

Gli Stati quindi si stanno muovendo per pagare direttamente e parzialmente il personale e i professionisti tramite gli ammortizzatori sociali o modalità d helicopter money, di sospendere le rate dei prestiti e di fornire garanzie pubbliche alle banche, di dilazionare pagamenti fiscali per non creare condizioni di illiquidità prodromiche all’insolvenza.

Dall’altra parte gli Stati si sostituiscono in termini di domanda per una quota parte della capacità produttiva in essere o in riconversione e forse nazionalizzeranno grandi aziende che non riescono a coprire i costi fissi in essere.

Gli Stati però hanno dei limiti di bilancio, non stampano moneta. Quindi o alzano le imposte, impossibile in questo momento, o emettono debito che le Banche Centrali o Fondi intermedi a loro volta finanziati da Banche Centrali o Investitori istituzionali acquisiscono o garantiscono.

La emissione di moneta delle Banche Centrali non ha un limite preciso, ma determinato dal suo prezzo relativo rispetto a merci e titoli, ovvero dal tasso di inflazione che provoca. Se la moneta è troppa rispetto alla quantità di merci disponibile, i prezzi delle merci tendono a esplodere sul modello Weimar o Venezuela; se lo è rispetto ai titoli, i loro prezzi salgono e si formano bolle speculative che possono esplodere provocando il fallimento a catena dei compratori a debito.

Da Lehman Brothers in poi si è proprio instaurato questo ultimo meccanismo, passando da una bolla speculativa a un'altra sui titoli obbligazionari che conta su un gioco a senso unico delle Banche Centrali che inondano il sistema di moneta per evitare i fallimenti a domino e recessioni mondiali stile ’29 e che alzano via via il rapporto di indebitamento degli Stati rispetto alla propria capacità di reddito contribuendo alla bolla dei prezzi obbligazionari.

Nessuno è in grado di sapere con certezza a priori se uno Stato indebitato sarà in grado di convincere gli investitori a continuare a prestargli denaro. Non è una questione di livello, ma di dinamiche per le quali il debito cresce con il deficit tra entrate e spese e il tasso di interesse mentre il reddito nominale cresce con l’attività economica e l’inflazione.

Quindi, le risposte sembrano obbligate: Banche Centrali che emettono moneta acquistando titoli di Stato che a loro volta garantiscono banche che prestano all’economia reale, o direttamente titoli di grandi banche e grandi imprese e Stati che spendono soldi per evitare le uscite di cassa a imprese e cittadini per un certo tempo e per indennizzarli quando il periodo si allunga.

Dunque il tempo è cruciale.

Quanto tempo dura questo shock? Finchè dobbiamo stare chiusi in casa perché il contagio diffuso si trasforma in una quantità di casi percentualmente bassi, ma in livelli assoluti abnormi ed eccezionali, che necessitano di attrezzature e personale salvavita dell’ordine di decine, se non centinaia di volte superiore alle disponibilità iniziali e prevedibili nel breve periodo.

E ai cinici, ricordo che il 5% del 50% di contagiati di una popolazione mondiale di 7 miliardi di abitanti, farebbero 175 milioni di morti che avrebbero comunque un impatto economico devastante.

Se il punto finale sarà il vaccino vorrà dire che saranno passati almeno almeno 10-12 mesi. Se, come più probabile saranno trovati farmaci utili per evitare il ricorso alla terapia intensiva, l’isolamento epidemiologico sarebbe utile solo per le persone con patologie croniche e quindi risolvibile con la predisposizione di ampi luoghi di quarantena che tra l’altro non coinvolgerebbero la gran parte della popolazione attiva che, quindi, potrebbe tornare alla propria attività.

Incrociamo le dita dunque, sviluppiamo l’economia di guerra per le mascherine, quelle giuste, non la gran parte di quelle attuali, per i respiratori, per i disinfettanti, per i reagenti dei tamponi, e, per l’economia, permettiamo di pompare massima liquidità permettendole di trattenere il respiro.

Il rimbalzo allora sarà molto molto consistente, forse generando un fenomeno di overshooting rispetto alla soluzione di equilibrio con un 2021 o alla peggio un 2022 molto più dinamico di quello che ci aspettavamo anche prima dello shock epidemico.


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permalink | inviato da ricke il 26/3/2020 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  

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